How interesting.
Here is Laura Leonardi's article. She has transcribed the poem on pages 19-25.
https://www.jstor.org/stable/26207371
APPENDICE
41. Hercole di Bartolomeo Fontio allo excellentissimo Herc. Duca di Ferrara
Giove principio dell'antiquo ludo
fu delle carti: Tu del mio lavoro
Hercol victorioso in togha et scudo.
Quale imperio è maggior di forze et d'oro
si dubitò gran tempo in celo e'n terra:
Mercurio et Bacco volsono el tesoro,
le forze Hercole et Marte e ciascuno erra:
Mercurio e richi seguon et Marte e feri,
onde ne nacque alfin contesa et guerra.
Ciascun di lor victoria par che speri,
tanta furia accendeva i cori adversi
per le richeze et per le forze alteri.
Non potre' ma' ritrarne in prosa o 'n versi
gli habiti e facti e modi di ciaschuno
dal'extremo occidente agl'Indi a' Persi;
pur nominar mi si conviene alchuno
de' sommi imperadori accesi in vista,
per non parere o invido o digiuno.
Marte, perché l'imperio non s'aquista
sanza armi, tutto armato havea in mano
l'ornata spada, et drieto ad una lista
seguiva el forte greco e'1 fier troiano
et Alexandre, e'1 fondator di Troia
col nipote victor del gran romano.
Col fiero tergo et con l'inculta chioma
colle saette e la pesante clava,
che con un frusto '1 mondo non si doma,
Hercole invicto imperioso andava
inanzi agli altri nella prima schiera
che le spade e 'bastón per segno dava.
Nella seconda sua leggiadra altera
danar Mercurio et Bacco coppe invergha;
Mercurio alato i piedi et gli omeri era,
in man portava la dorata verga
colla qual, quando vuol quiete et posa
ne' corpi stanchi de' mortai asperga.
Era l'ardita più che valorosa
schiera d'oro et d'argento et geme armata;
e '1 tener Bacco sopra tigri posa,
di pampini la fronte incoronata
le corne d'oro et drieto venie solo
quel che la patria di Giunone odiata
vide da Hercole arsa et poi el figliuolo,
che quando l'ebbe assai più bella exstructa,
la vide incender del nimico stuolo;
et quel che tardi s'affatica et lucta
contro al suocero suo, ma nulla valse
onde fu Roma in servitù condocta;
et chi fece el gran ponte all'onde salse
contr'a Greci et fuggissi in picciol legno:
o speranze degli uomin vane et false!
Et quel che ebbe di Lidia el richo regno
e M(arco) Crasso, che da' Parti morto,
vide di sua cupidità il fin degno
nell'oro, ove credè trovar conforto,
vaghi piacer, diletti, posa et gioia,
amarissimo assentio gli fu porto.
Pochi armati menomo e Greci a Troia,
in Grecia Serse et in Italia il (pr)egno
d'odio Hanibal, che a' Roman dié gran noia,
rispecto a quanti pien d'ira et di sdegno
a difender suo parti erano accolti
insieme di lontan paese et regno,
onde se non che i santi ochi ebbe volti
il Sommo Padre a rimirar la terra
sempre carca d'errori obscuri et folti,
seguiva el dì più lamentabil guerra
che quando uccise Tamir Ciro in Scitie
o che'l superbo Ilion cadde in terra.
Giove veduto degli dei l'inscitie
et degl'huomin, con suo' fulguri ardenti
tonando sparse l'horribil militie.
Nessun vi fu che a l'horror non paventi,
sentendo Eoi ferin le terre et l'aque,
irato e '1 cel cogli arabiati venti.
Al sommo imperador non poco spiaque
delli dei et degli huomini el furore
che mai si spense et sempre in terra giaque;
combattea seco con giustitia amore
se perdonava o se puniva el giorno
tanto commesso temerario errore.
Era di sol vestito e stelle addorno,
lo scietro eburno al sinistro tenea,
le veloci saette al dextro corno;
Giunon gelosa a'ilato li sedea,
degli eroi, degli huomini et de' divi
innumerabil torma intorno havea;
tra gli altri excellentissimi erano ivi
Neptunno e Dite con '1 bifronte Iano
et la casta inventrice de l'ulivi,
Diana, Appollo, Cerere et Vulcano,
Cybele, Isyde, Vener bella e'1 figlio,
Vesta, Satiri, Nyphe, Muse et Pano.
Sedeva Jove col turbato ciglio
in modo tal chi nel pensar paventa
nonché chi era presso al gran periglio:
pauroso ciascun, tacito e 'ntento
come chi di futuro male el fine
misero aspecte, anzi il tormento,
stava 'spectar colle ginochie inchine.
Cap. II
Turbato insieme et serenato il mondo
Giove con viste gravemente altere,
rimirato ciaschuno a'ttondo a'ttondo,
incominciò: — Qual furiai megere
delle divine leggi usciano fore,
come vo' gente barberesche et fere!
Fie 'ncatenato el vostro empio furore,
miseri, stolti, insuperbiti, ingrati:
conveniente pene segue errore.
Ad che tanti lontan paesi armati
havete, donde il sol si leve et absconde,
non ben contenti di secondi stati?
A chi pari'io? Nessun di voi risponde!
che aspect'io da costor, che con suo risse
hanno turbato il cel, le terre et l'onde! -
Tremavan colle luce in terre fisse
colle ginochie e colle mente quivi;
ma' simil cose più si lesse o scrisse.
Quatro superbi et gloriosi divi,
tanti duci, regnanti, imperadori,
in un momento d'ogni sperar privi.
O ceco mondo, pien d'inganni, errori,
di varie opinion, d'imagin false
ad che tante richeze et forze onori?
Ad che va' tu solchando l'onde salse
per aquistar potentie, oro e terreno
s'a'ccolor poco, anzi niente valse?
Qual sì grande è che non venisse meno?
Non ch'io, che tener novamente vegno
cantar materia di cothurni a pieno!
O Polymnia, ora inalza '1 basso ingegno,
et guidami a buon porto, troppo ardito
a solchar sì gran mare in picciol legno.
né innanzi alle cataste horribil volto
Creso né Cyro, quando al suo fin reo
sangue setendo, beve sangue molto;
Fuggendo ancor non ben dal sonno excito,
in un momento di chathene avolto,
Syphace re non restò sì smarrito;
né al duro saxo del propheta hebreo,
il gran gigante nelle valle obscure,
come ciaschun davanti al sommo Ideo.
Mercurio al fin deposto la paura
humilemente lagrimoso et mesto,
come che desperato s'assicura:
- Quanto il commesso error ci sia molesto -
dixe - non è che ad te, però ancora è stato
a l'universo chiaro et manifesto.
No' non neghiam di non havere errato,
ma il fallir nostro che ci duole et pente,
per dmprudentia fu, non per peccato.
Non ira o sdegno cecato ha la mente,
non furia, ma desio d'esser maggiore
che gli altri mosse a noi similemente.
Se Hercole et Marte volsono el valore
superare le richeze, è ben ragione
mantener quelle di ch'i' son datore:
quinci el principio del futuro agone
perché era necessario ad ogni parte
difender la sua ferma opinione:
ad Hercole le corporee forze et Marte,
a Bacho et me l'argento e '1 nobil ostro,
né per questo tuo legge son sparte.
Et se pur son, non sendo el fallir nostro,
misericordie c'ognun brama et chiede
da te, infinite non aresti mostro.
Chi glorioso in alte cime siede,
magior laude è mostrar quanto far puote,
chi dannar chi si pente et si ravede:
et le menti diventon più divote
de' riceventi gratie et per pietate
si rendono alfin d'insanie vote.
Tu quanto maggior è tua potestate,
tanto più lascie memorando accepto
di perdonar l'altrui fragilitate.
Per te luce el sol nostro et per te (è) spento:
o padre, non obliar l'amor paterno!
miserere del nostro amar tormento! -
Il gran Pluton di Tartaro et d'Averno
poco placò di Calliope el figlio,
rispecto a quel di Maia il padre eterno.
Col parlar dolce, asserenato il ciglio
lucido più che orientale stelle
non come innanzi di color vermiglio,
dolce-mente rispose: - Vostre belle
intentione e'1 dir soave et pio
dall'ardente iustitie mi divele,
ma perché '1 vostro bene amo et desio,
seguitando el pechato pene eterne
nessun più preterischa el voler mio.
Come le forze o l'or non si discerne,
l'un l'altro vincha nell'uman contese:
giuoco dipinto lascierò in quaderne. -
Così disse et in man le carte prese
da l'un de' lati solamente impresse,
sì che quel dentro di fuor non s'intese.
Ne' bastoni Hercol, Marte in spade messe
Bacho in coppe, in danar di Maia il seme,
poi el giuoco a tutti delle carte expresse,
qual, Hercol, tacerò; non ch'ai dir teme,
ma il cantar cose aperte in ciascun loco,
noie chi dice et chi l'ascolte insieme:
vince chi vuol fortuna et caso, il giuoco.